Dare senso al limite

di don Virginio Colmegna

Giovedì 26 marzo

La pandemia ci impone di dare senso al limite

Per me l’enciclica Laudato Si’ ha posto un segno forte per il cammino della Chiesa e dell’umanità, ponendo al centro non solo la lotta alla povertà, ma anche come evitare il pericoloso cambiamento climatico: etica della virtù e riforme sociali non si escludono a vicenda, anzi, si condizionano reciprocamente

La realtà che viviamo, di distanza sociale, non può ridurre il pensiero e il legame di prossimità. Lo interiorizza, ce lo rende patrimonio intimo. Per questo tutta la sofferenza, la compassione, il dolore, è penetrato in ciascuno di noi anche nel silenzio meditativo. Ritorna il perché, la grande domanda e interrogativo sulla sofferenza, sul male che sembra come un demonio impazzito e violento, penetrare senza difese. 

Il richiamo alla preghiera non è un appello moralistico, è un richiamo a radicalizzare in noi la sete di vita buona, una esigenza di prossimità, di gratuità, di vita piena. È un sentimento che ci riguarda tutti, credenti, di tante religioni plurali, pensanti. Il cardinal Martini ci ha regalato questa visione con la Cattedra dei non credenti, con una dimensione contemplativa legata a una parola che interroga, una carità che inquieta. 

Mi ricordo una sua affermazione: «Per credere bisogna far parlare il non credente che è in noi». Con Casa della carità, con la scelta voluta da lui di esprimere la radicalità della gratuità e di esprimere una ospitalità per gli sprovveduti, gli ultimi della fila posti al centro della cura, ci ha consegnato un mandato difficile, ma oggi più che mai da non dimenticare.

Rileggevo questa mattina una poesia di Bertolt Brecht:

Aspiro e richiedo il fine per cui
fin dal primo lume dell’intelligenza
il mondo ha iniziato a camminare
passo dopo passo nel lungo andare
fino a scoprire il sorgere del sole.

Abbiamo bisogno, di fronte al senso del limite, della non onnipotenza che ci consegna una pandemia che ha attraversato la globalizzazione e il villaggio globale, che ha dimenticato che ciascuno deve fare i conti con la sua soggettività, che non può essere resa una realtà poco rilevante, di una grande domanda di spiritualità, di senso del vivere che la necessità di essere anche emozione culturale

Ecco perché credo importante la centralità da dare all’enciclica Laudato Si’ e il perché l’abbiamo reso un riferimento importante per Casa della carità contribuendo al percorso dell’associazione Laudato Si’, che è aperta a tutti, ha sede in Casa della carità. Per me l’enciclica ha posto un segno forte anche per il cammino della Chiesa, dell’umanità, ponendo al centro non solo la lotta alla povertà, ma come evitare il pericoloso cambiamento climatico, il contrasto a una economia estrattivista. 

Insomma, etica della virtù e riforme sociali non si escludono a vicenda, anzi, si condizionano reciprocamente. La forte crescita di potere resa possibile dalla tecnologia necessita di una nuova coscienza e di una nuova responsabilità istituzionale. In queste macerie che ci lascia, quando sarà  sconfitta e ridotta dalla sua potenza aggressiva, dovremo non solo dire “Non sarà come prima”, ma far sì che la cultura di pace, il sognare il rifiuto della guerra, una cura della salute non ridotta a mercato prestazionistico, ma per una migliore sanità pubblica, l’accesso a energie più pulite, la difesa dei beni comuni, l’accesso universale all’acqua, potremmo continuare, non solo sono utopie che scaldano i sentimenti e non incidono socialmente, ma punti di partenza vincolanti per una umanità che vuole ancora scoprire il sorgere del sole. 

La Laudato Si’ ci richiama alla conversione ecologica, che è avvertibile se si alimenta una spiritualità gioiosa capace di avvertire che è possibile vivere bene se si lascia fuori, lontano, quell’individualismo esasperato ed egoistico che al massimo si commuove e fa piccole beneficenze, ma ci lascia il libero mercato, il progredire e vivere  sulle diseguaglianze, su quel realismo violento che permette di distruggere l’ecosistema. Bisogna allora che gli stili di vita diventino un riferimento coraggioso, che la povertà diventi una beatitudine che si esprime nel cuore

Laudato Si’ mette in moto questa speranza che dovrebbe arrivare a scuotere anche il mondo della borsa e della finanza, che neppure si è fermato un’ora in questo resistere alla pandemia. Francesco d’Assisi, il cantore della povertà, ci orienta a un’economia radicale del dono, lungi dalla meritocrazia del liberalismo moderno. 

E allora anche il pregare, il commuoversi, il dar senso all’eroismo pagato con la vita di molti oggi, anche il bisogno di vivere una fede povera e umile che sa che la morte è già sconfitta ci pone alla sequela di Gesù, quella Chiesa ospedale da campo, in uscita, come ci chiede Papa Francesco e non una solitaria consolazione, ma è una indicazione possibile.

Mi è venuto in mente quel «I have a dream»,io ho un sogno, di Martin Luther King. Sì, possiamo entusiasmarci ancora e dare un senso al cammino di Casa della carità e alla preghiera e a un amore giusto ai poveri

Buona giornata.

Solitudine dell’uomo, solitudine di Dio

A proposito degli eventi di questi giorni, pubblichiamo una riflessione inviataci da fra Timothy Radcliffe, già maestro generale dei domenicani, in vista della Pasqua.

Alcuni giorni fa, aspettando di passare attraverso i controlli all’aeroporto di Tel Aviv, mi sono soffermato a guardare i movimenti del ragazzo che era in coda prima di me. Ogni volta che scorrevamo di qualche passo, metteva sempre una valigia a un metro e mezzo davanti e una a un metro e mezzo dietro di sé, in modo che nessuno gli si potesse avvicinare. Avrà avuto le sue buone ragioni, ma si è trattato di un potente simbolo di quello che il virus significa per milioni di persone: isolamento, tenere le distanze. La presenza stessa degli altri può costituire una minaccia, e ognuno di noi lo è per gli altri.

L’isolamento può essere più terribile della morte. Tutti dobbiamo morire, e per molti la morte giunge come un atteso sollievo. Ma l’isolamento mina la nostra stessa umanità: i nonni sono isolati dai loro nipoti, gli innamorati vengono separati l’uno dall’altro. La nostra vita è fatta di contatti reciproci: da quelli minimi a quelli più intimi. In un romanzo di Jonathan Safran Soer c’è un personaggio che dice: «Toccarlo era molto importante per me. Vivevo per quello. Non saprei spiegare perché. Contatti da poco, insignificanti. Le mie dita sulla sua spalla. Le nostre gambe che si sfioravano schiacciati sull’autobus». Ora, minacciati dal coronavirus, un contatto vitale può diventare mortale.

La solitudine di Gesù

La sera prima di ripartire sono andato al Santo Sepolcro a Gerusalemme e ho visitato la tomba dove si ritiene che Gesù sia stato deposto per tre giorni. Al cuore della fede cristiana c’è un uomo morto in totale isolamento. È stato innalzato sulla croce al di sopra della folla, senza più alcun contatto, trasformato in un nudo oggetto. È sembrato persino che si sentisse separato dal Padre e le sue ultime parole, secondo i Vangeli di Marco e di Matteo, sono state: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». In quel momento egli non ha solo abbracciato le nostre morti. Egli ha fatto del tutto sua la solitudine che tutti noi, talvolta, sopportiamo e che milioni di persone stanno oggi vivendo.

La notte prima che morisse, questo isolamento era già palpabile. Aveva raccolto attorno a sé gli amici più stretti per un’ultima cena. Uno di loro l’aveva già venduto a quelli che volevano la sua testa; Pietro, la sua roccia, stava per negare di averlo anche solo conosciuto, e la maggior parte degli altri era lì lì per voltargli le spalle. In quel momento così atroce egli fece qualcosa di assolutamente sconvolgente: prese il pane e il vino e disse: «Questo è il mio corpo e questo è il mio sangue, versato per voi».

Quando la comunità stava andando a pezzi e ciascuno si preparava ad affrontare il futuro da solo, Gesù fece la promessa di una nuova comunione, che sarebbe stata più forte del tradimento e della codardia e che nulla avrebbe potuto distruggere, neppure la morte.

Quando le chiese sono chiuse e il culto pubblico è temporaneamente sospeso, quella promessa resiste ancora e il dono non smette d’essere offerto.

I gesti della comunione

E dunque, sì, questo orribile virus può isolarci l’uno dall’altro fisicamente, e questa è una privazione profonda. Ma i cristiani credono che tutta la nostra solitudine sia abbracciata in una comunione che oltrepassa ogni barriera. Il Signore risorto viene attraverso le porte dietro alle quali i discepoli si erano chiusi in auto-isolamento e li libera dalla paura e dalla solitudine.

Anche se non possiamo partecipare all’eucaristia possiamo ancora dare vita ai simboli della comunione. In Irlanda del Nord c’è un albergo che si è offerto di distribuire pasti gratis alle persone bloccate all’interno delle proprie case: «Chiamateci prima dell’una e ordinate un pasto. La sera vi consegneremo la cena, senza alcun onere per il cibo né per il recapito». In Italia le persone escono sui balconi e cantano l’una per l’altra. La musica arriva nelle stanze ad abbracciare ognuno nella sua solitudine.

La musica è certamente più capace delle parole di esprimere una speranza. C’è una composizione scritta per l’11 settembre, Between Worlds, di Tansy Davies, che è stata eseguita in prima mondiale nel 2015. C’è chi è rimasto turbato per il fatto che si potesse comporre un’opera su di un evento così terribile, ma forse è il solo modo per affrontare la sua efferatezza. Nikolas Drake, il librettista, ha detto che «mettere la forza trasformativa della musica al cuore del dramma, secondo noi, consente di guardare in faccia la tragedia accaduta l’11 settembre e inoltre di scorgere in quell’oscurità una qualche luce. Pare che la musica abbia persino avuto un ruolo nell’aiutare le persone, quel giorno. Un agente intonava degli inni man mano incontrava chi scendeva le scale, per fare loro coraggio. Alcuni familiari, al telefono con i propri cari, senza più parole da dire, cantavano».

Se ora milioni di noi devono subire l’isolamento, quali gesti possiamo fare per mettersi in contatto con quelli che non possiamo contattare? Possiamo fare la spesa per chi non può farlo da solo e lasciargliela davanti alla porta, telefonandogli o mandando un messaggio. Vi sono piccoli gesti che possono esprimere un’appartenenza profonda.

Ogni eucaristia ci ricorda quello che fece Gesù dinanzi alla morte, opponendosi alla sua minaccia dell’isolamento più estremo. Non ne sono mai stato così consapevole come quando ho detto messa in Siria, a meno di dieci chilometri dal fronte, con i colpi di cannone che si sentivano poco lontano. La minaccia della violenza era onnipresente, e tuttavia, nel nostro cantare e nel nostro ripetere i gesti del dono di sé che nulla potrà mai distruggere, abbiamo espresso la nostra speranza.

Anche quando non posso raggiungere la comunità in preghiera e unirmi a essa, Dio rimane presente, come scrive sant’Agostino, «nel profondo della mia interiorità». Per quanto mi senta solo, non lo sono, perché al centro del mio stesso essere c’è un Altro.

Timothy Radcliffe

già maestro generale dei domenicani

Elogio del tatuaggio

Tempo fa, al termine del corso fidanzati, una coppia di futuri sposi mi si avvicina.
Lui mi dice pressappoco queste parole: “Alla fine non capisco come mai, se io e la mia ragazza ci amiamo, dobbiamo per forza fare un rito per sposarci!”.

Ho avuto fortuna: abbasso lo sguardo sul suo braccio, e vedo un tatuaggio che porta un nome femminile; era proprio quello della sua ragazza!

Gli dico: “Ma allora… se ami la tua ragazza… perchè hai avuto bisogno di scrivere il suo nome sul tuo braccio?”.
Lui sorride: ora ha capito; quel segno, che lui ha ritenuto necessario scriversi addosso, gli ha fatto comprendere l’importanza dei segni che compie la Chiesa. Quel tatuaggio, gli ha spiegato il perchè dei sacramenti: essi sono segni.

Adesso che ci manca la loro prossimità, adesso che siamo costretti in casa senza la possibilità di esprimere visibilmente i segni che dicono non solo la nostra fede, ma anche la presenza di Dio al nostro fianco, mi vengono due pensieri.
Il primo è: dobbiamo fare tutti i segni possibili.
E semmai, dare valore a quelli dimenticati: la preghiera prima del pasto, il segno della croce al mattino e alla sera, il segno della pace una volta ogni tanto, ringraziando il Signore se c’è qualcuno al nostro fianco, a cui possiamo dare la mano. Possiamo anche benedire, se siamo accanto a chi soffre o chi è in pericolo.

Il secondo: i sacramenti, segni efficaci e concreti della grazia, sono in questo momento impraticabili; questo però non vuol dire che Dio sia irraggiungibile!
Il vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, ha rivolto ai suoi fedeli una esortazione pastorale, in cui parla di un modo di praticare in anticipo il sacramento della confessione, anche senza la presenza del sacerdote (per il testo completo, visita il nostro sito: www.gan.mi.it).
Perchè se è vero che i segni sostengono la nostra fede, anche in un tempo di deserto e dolore come quello di oggi, noi, con gli occhi della fede, possiamo rievocarli e possiamo viverli.

Vostro don Alessandro